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  • Come brand, valori e reputazione influiscono sulle vendite secondo il report di Casaleggio Associati

    Per essere efficaci dobbiamo alzare il livello della professionalità di chi gestisce le attività, investire sui contenuti e sui messaggi

    16 Aprile 2019

    In crescita, ma ancora indietro rispetto alla media europea. Questa la situazione dell’e-commerce nel panorama italiano: un mercato con enormi potenzialità ma ancora non sufficientemente valorizzato.A dispetto della corsa alla digitalizzazione personale, alcuni brand rimangono indietro.Abbiamo fatto qualche domanda a Luca Eleuteri, co-founder di Casaleggio Associati, per commentare insieme alcuni dei dati significativi emersi dal Report di Casaleggio Associati sull’e-commerce in Italia nel 2019.Il report viene presentato oggi a Milano durante il convegno “E-commerce in Italia”, un importante appuntamento di networking e aggiornamento per gli operatori del commercio elettronico in Italia, con un’ampia copertura da parte dei media di settore. Un ulteriore appuntamento è previsto per l’8 maggio a Roma.La partecipazione è riservata ai merchant e-commerce: imprenditori, amministratori delegati, direttori generali, responsabili marketing, responsabili e-commerce e responsabili Internet. Anche il founder e CEO di Ninja, Mirko Pallera, partecipa all’evento con la Tavola Rotonda: Il valore delle aziende di e-commerce.report-ecommerce-casaleggio-luca-eleuteriLa scalabilità del business, la frequenza di ritorno dei clienti, il settore di appartenenza, l’internazionalità sono solo alcuni dei fattori che possono fare la differenza per competere con i  grandi player internazionali come Booking, Expedia e Amazon.Il Rapporto è stato realizzato mediante l’elaborazione di studi e ricerche di mercato, articoli di attualità ed esperienza sul campo di Casaleggio Associati, ma anche attraverso interviste di approfondimento con alcuni dei principali operatori del mercato.Hanno infatti partecipato: titolari di azienda, amministratori delegati, direttori generali, responsabili marketing, country manager, responsabili e-commerce e responsabili internet.Il report evidenzia che il 62% delle aziende di vendita online non fa attività di social listening sulla reputazione del proprio brand. Che suggerimenti possiamo dare per evitare di perdere terreno rispetto ai competitor?«L’attività di monitoraggio è rilevante se effettuata in modo sistematico e se i segnali vengono gestiti.Parlare di social listening oggi viene spesso collegato al monitoraggio dell’opinione degli utenti e degli stakeholders, più in generale in situazione di crisi.A chi presiede quest’attività viene richiesto con cura maniacale di segnalare messaggi negativi o malumori che minacciano il buon nome dell’azienda, ma l’utilità maggiore di questo screening risiede in realtà nel rilevare l’aderenza delle discussioni e dell’opinione degli utenti ai valori che l’azienda vuole trasmettere.Il listening deve essere orientato a dare una misura di quanto l’utente percepisce i messaggi, i servizi che l’azienda vuole trasmettere, misurando e calibrando le situazioni che la posizionano al di fuori dei propri valori».Un dato che emerge chiaramente della ricerca è che una particolare attenzione al customer care risulta vincente per migliorare la propria reputazione online. Possiamo dire che porta più risultati di un investimento diretto in advertising?«Sì, il customer care è stato sempre il nodo centrale della gestione dei clienti in tutte le aziende.Sicuramente riuscire a portare una persona dalla scelta del prodotto al carrello e tenerlo “agganciato” in modo da poterlo fidelizzare dopo aver investito su di lui qualche centinaio di euro o più, è attività fondamentale per la customer retention.Quello che sta cambiando sono i messaggi con cui le aziende puntano a fidelizzare i clienti ma ancor più per acquisirne di nuovi. Il focus si sta spostando dalle caratteristiche tecniche del prodotto o del servizio proposto su aspetti legati alla sostenibilità del business e alla sua eticità come valore competitivo, siamo nella blue economy, insomma».Brand e valori dell’azienda influiscono fortemente sul nostro successo online. Cosa possiamo fare per comunicare correttamente i valori che caratterizzano il nostro brand?«Le imprese che impiegano individui che sposano una causa creano più coinvolgimento, più valore e più idee.  C’è un bellissimo libro che consiglio di leggere a tal proposito “The Story of Purpose” di Joey Reiman.L’autore spiega che “la storia” da raccontare è la nuova narrativa per il business. Le storie modellano le nostre vite perché siamo creature che si aggregano intorno ad un perché. La Mission ci dice il cosa. La Vision è un dove. E la storia è il nostro perché.Le chiavi per una storia da raccontare sono tre.La prima: misurare quanto l’azienda aderisce ai valori che si è imposta, visto che spesso si parla di valori solo sulla carta.Seconda: costruire una comunicazione credibile, in termini di contenuti e canali, in cui la struttura e l’organizzazione sono parte della progettualità e coinvolgere dipendenti, retailer, clienti nel raccontare la propria storia.Terza: integrare la narrazione on line e l’esperienza fisica in modo tale che gli utenti si ritrovino con i valori che hanno percepito attraverso il digitale, nel momento in cui decidono di acquistare il prodotto/servizio. Quel che ho visto e ascoltato non può discostarsi dall’esperienza reale: è una questione di coerenza».Dalla ricerca leggiamo che Facebook risulta il social network preferito per l’advertising e anche con Marketplace la direzione è chiara: su quali canali possiamo scommettere per il futuro?«Facebook e altri social media stanno alzando i costi di sponsorizzazione per le aziende. Sicuramente la scelta è multi-canale: ad oggi non c’è ne è uno che possiamo privilegiare rispetto ad altri, anche perché ciascuno copre target differenti con modalità di fruizione, che impattano su tutta la fase di content strategy in modalità rilevante.Una cosa è certa però: gestire i social oggi richiede multidisciplinarità, specializzazione e una buona dose di investimenti crescenti da prevedere sulle grandi piattaforme. Non può durare per molto come modello.Un dato interessante è che l’attività di promozione online del brand è risultata insoddisfacente per il 18% delle aziende e difficoltosa per ben il 49%. Quale consiglio potresti dare per invertire la rotta?«Come spiegavo prima, siamo  in un mercato maturo, le aziende che investono in promozione on-line sono molte e le bacheche social degli utenti sono sovraccariche di sponsorizzazioni specie attraverso i social media.Per essere efficaci dobbiamo alzare il livello della professionalità di chi gestisce le attività, investire sui contenuti e sui messaggi. E questo non è semplice perché gli utenti oggi sono bombardati e catturare la loro attenzione richiede abilità, fantasia e anche pazienza.Anche in questo caso, la relazione si costruisce nel tempo. La ricetta vincente è e rimane lasciare che la propria storia la promuovano gli altri (il cosiddetto passa parola) e sperare di avere la storia giusta, alla Warby Parker, un caso che ha fatto letteratura nel mondo dell’e-commerce e che consiglio di studiare».Puoi scaricare qui la ricerca completa e partecipare al prossimo evento previsto a Roma per l’8 maggio.