La creatività non si automatizza: come usare l’AI senza rendere tutti i contenuti uguali
Blue Whale: fra falsi d’autore, pericoli reali e diffusione di contenuti
Un'analisi per capirci di più rispetto ad una delle notizie più inquietanti riguardanti i social media: la Blue Whale Challenge. Tutto riconduce a una domanda: dove finiscono i contenuti?
22 Maggio 2017
Le origini
È difficile determinare quando sia effettivamente nato il termine Blue Whale, e quando sia stato associato alla prima volta al “gioco”. Ciò che possiamo determinare, è che le conversazioni online non sono state molto nutrite, almeno fino a qualche mese fa.


Last image of Rina Palenkova before committing suicide by train
Gli hashtag che accompagnano il videoclip sono #f53 #f57 #f58 #d28 #морекитов #тихийдом #хочувигру #млечныйпуть #явигре. In particolare quelli con i numeri sono facilmente riconducibili – sempre secondo la leggenda metropolitana, o presunta tale – all’inizio della sfida. Possiamo quindi affermare che in Russia i primi risultati “certi” possono essere certificati quindi alla seconda metà del 2016, anche se già nella prima metà dell’anno si comincia a parlare anche in Occidente di un preoccupante aumento del numero di suicidi fra gli adolescenti, probabilmente in virtù di una sorta di catena di Sant’Antonio collegata a gruppi nei social network dedicati al suicidio. Ad esempio, questo è un video condiviso il 22 maggio 2016, che riprende il servizio di una TV inglese: Negli stessi giorni, anche i media russi ripropongono la notizia. Facendo una ricerca su YouTube, i materiali dalla Russia sono veramente moltissimi: è possibile ritrovare anche video di suicidi e salvataggi all’ultimo minuto (questi ve li risparmiamo), lasciandosi guidare dai suggerimenti della piattaforma. In ogni caso, le date possono essere riconducibili tutte allo stesso periodo. Secondo il servizio delle Iene, l’altro Paese in cui la Blue Whale ha visto i suoi primi, nefasti effetti è stato il Brasile. Anche in questo caso, possiamo certificare come ben prima dell’hype registrato dalle conversazioni online negli ultimi mesi, fosse noto un probabile meccanismo dannoso per i ragazzi. In verità, pur cercando nelle pieghe del web, almeno fra i post ancora visibili non siamo riusciti a identificare riferimenti così remoti, come appunto visto in Russia. È però un fatto che già lo scorso anno si cominciasse, sottovoce, a parlare di “Balena blu” anche in portoghese. I primi post di sensibilizzazione sono invece certificati a quest’anno, quasi a sottolineare come il problema fosse concreto e fosse necessario dotarsi di strumenti utili ad affrontarlo. E in Italia? A dirci la propria esperienza è Lucilla, un’adolescente che abbiamo sentito per l’occasione: “Ne ho sentito parlare per la prima volta più o meno a inizio marzo. YouTube mi ha mandato una notifica riguardante il video di una ragazza [una YouTuber ndr] che avevo già visto alcune volte, il titolo mi ha incuriosito perché pensavo fosse una nuova challenge (queste tipologie di video sono le mie preferite perché mi divertono molto) e cosí ho guardato il video, la ragazza ovviamente ne parlava in modo negativo. All’inizio ho pensato non fosse vero benchè avessi visto qualche # circolare su Instagram però non ne ho dato molta importanza ma quando circa due mesi dopo i miei genitori mi hanno chiesto se conoscevo questo gioco ho cominciato ad informarmi meglio e a capire che non si trattava di uno scherzo e cosí ho guardato altri video e alcuni servizi per informarmi.” Quindi, in un sottobosco di informazioni meno ufficiali, è già un paio di mesi che quest’informazione circola sui social media, anche in Italia. Rimane il dubbio di quanto sia credibile la possibilità che siano realmente riflessi di una diffusione ben pianificata, a opera di un’organizzazione come palesato dall’ormai arcinoto servizio delle Iene. In questo la risposta di Lucilla è abbastanza rincuorante: “Personalmente non mi sono mai imbattuta in veri e propri gruppi [dedicati al suicidio ndr] ma mi sono imbattuta in tanti # di persone che volevano loro stessi essere “reclutati”.” La notizia insomma, come tutti i trend del web, è montata dal basso, e senza diventare mainstream ha cominciato a diffondersi in maniera capillare fra i giovani internauti, attratti e spaventati da un’aura di mistero e dall’indiscutibile fascino horror che il tutto portava con sè. Tutto questo parlare potrebbe sì portare un effetto negativo: l’emulazione. In molti cominciano a chiedere di giocare, magari attratti dalla suddetta aura di mistero ma non consapevoli delle reali conseguenze: la contaminazione ha portato in moltissimi social network di molti Paesi diversi post di questo genere:
Sorry… #bluewhalechallenge#wakeneupat420#f57#f58#end#ican’t Un post condiviso da @doesnotmatter17 in data:
Come vedremo, forse, paradossalmente non un male. Ma continuiamo nella nostra analisi.Have you ever thought about it? #garotadepressiva #anjodepressivo #cortes #ansiedade #sadness #bluewhale #death #suicide #wakemeupat420 #worldofwhales #depressão #depression #anxiety Un post condiviso da ✰*ೃ Garota Depressiva ✰*ೃ (@depressivw) in data:
Fra percezione e realtà, rimane una domanda: e i contenuti?
Lo scenario rimane abbastanza nebuloso. Per ora l’unica cosa certa è che la stampa – soprattutto italiana – non è riuscita a riportare correttamente le notizie riguardanti questa storia. Certamente, un fondo di verità dovrebbe esserci, considerando che anche Anonymous ha fatto un annuncio per dare la propria lettura sulla diffusione della Blue Whale Challenge.A marzo, per di più, gli stessi hacker annunciano di aver intercettato alcuni dei curatori.Detto questo, alcuni dubbi rimangono.Philipp Budeikin, invece, è una certezza. Finora considerato il presunto ideatore della Blue Whale Challenge, non è stato arrestato come erroneamente riportato da alcuni organi di stampa pochi giorni fa, bensì già nel novembre 2016 (anche se, ad esempio, la BBC – citata da IlPost.it – parla di qualche giorno fa, così come altri organi di stampa riportano la notizia che l’arresto sia avvenuto lo scorso febbraio), ed è quest’informazione che lascia interdetti: se la meccanica era già nota nello scorso novembre, come mai non è stato possibile identificare un trend montante nelle conversazioni online che rimandassero a questo fenomeno? Anche dalla semplice analisi che vi abbiamo proposto, emerge quanto nell’arco di un anno solare non vi siano incrementi rilevanti rispetto alle conversazioni, e anzi, per interi periodi non vi siano cenni rispetto alle keywords utili a entrare nel gioco.Delle due, l’una: o il gioco è effettivamente una montatura, frutto di una leggenda metropolitana che ha ricevuto un inaspettato boost da un’irripetibile successione d’eventi (filmati di suicidi circolati online, l’arresto di un soggetto psicolabile che ha effettivamente avuto un ruolo nel suicidio di alcuni soggetti deboli amministrando un gruppo dedicato online, un hashtag nato per caso) oppure un fondo di verità c’è, ma non è da ricercarsi in un fenomeno di massa come quello che descrivono i media.“Qui in Italia si è cominciato a parlare di questo gioco quando un ragazzo livornese si è suicidato buttandosi da un palazzo. Quando hanno pensato che questo suo gesto potesse essere collegato alla challenge allora la voce si è diffusa, e adesso la maggior parte delle persone conosce la Blue Whale. Penso che in Italia non ce ne si è accorti prima perché i giornali, la televisione e gli adulti in generale non parlano di questi fatti finchè non succede qualcosa di grave sul nostro territorio.” Lucilla, l’adolescente con cui abbiamo avuto un colloquio, non sembra mettere in dubbio l’esistenza del fenomeno: semmai, discute la capacità dei media (e degli “adulti”) di rilevare una tendenza – preoccupante o meno, non importa.Partiamo dal presupposto, anzi, facciamo finta che la Blue Whale esista sul serio: come dovrebbe essersi sviluppata, considerando le evidenze sopra esposte e sottolineando come la partecipazione stessa non doveva essere materialmente dichiarata al mondo?









