Partono i test per la pubblicità su ChatGPT
Ecco perché siamo felici davanti a un mattoncino LEGO o a un mobile IKEA
Avere un ruolo nel processo creativo di un prodotto o un servizio genera soddisfazione, si chiama "effetto IKEA"
11 Luglio 2019

L’effetto IKEA
Negli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, vennero introdotti i preparati per torte istantanee. Venivano presentati come parte di un trend volto a semplificare la vita delle casalinghe americane minimizzando il lavoro manuale. Il risultato? Le casalinghe non erano soddisfatte. I mix rendevano tutto troppo facile, facendo sembrare le abilità individuali delle “donne di casa” di allora assolutamente sottovalutate.Il concept venne modificato: i produttori cambiarono la ricetta chiedendo di aggiungere al preparato un semplice uovo. Un dettaglio che cambiò tutto, facendo salire alle stelle le vendite dei preparati per torte.Cosa ci dice questo esempio di circa settant’anni fa? Quando le persone dedicano a un prodotto il loro stesso lavoro, i loro sforzi, automaticamente ne fanno aumentare il valore e la loro personale valutazione. Senza contare che alcune “fatiche” offrono sicuramente intrattenimento. Per questo, costruire qualcosa, rendersi protagonisti e parte di un processo di creazione crea un legame profondo, non equivale certo a ritrovarselo dopo averlo acquistato già “fatto”.L’azione, lo sforzo, crea in noi compiacimento e soddisfazione nell’essere riusciti a fare qualcosa di materiale di cui si vede il risultato concreto. Non solo: così facendo entriamo in sintonia e creiamo un vero e proprio legame con l’oggetto creato.Questo fenomeno viene definito “effetto IKEA”. Lo psicologo che ha concepito tale concetto (insieme a Michael I. Norton e Daniel Mochon) è Dan Ariely, che lo descrive nel suo libro “Perché. La logica nascosta delle nostre motivazioni” per ROI edizioni come l’inclinazione delle persone a conferire più valore e a pagare di più per un prodotto progettato o realizzato da sé rispetto allo stesso prodotto progettato o realizzato da un’altra persona.Gli esempi di utilizzo di questo fenomeno sono innumerevoli. L’azienda americana Build-a-Bear offriva alle persone l’opportunità di costruirsi il proprio orsetto di peluche, imponendo però anche un sovrapprezzo per questa possibilità. Sempre in America erano molto diffuse le cosiddette “haycations”, ovvero vacanze in cui i clienti stessi pagano per coltivare e raccogliere il cibo che mangiano durante il loro soggiorno presso una fattoria.Oppure si pensi a LEGO, un’azienda che ha fatto suo il concetto di costruirsi autonomamente qualcosa, con dei semplici mattoncini colorati. O ancora, per IKEA, l’azienda che ha ispirato il concetto, l’innovazione è rappresentata dall’autonomia del consumatore nel costruirsi un oggetto d’arredamento.LEGGI ANCHE: hhsdjh, abbiamo chiesto al Social Media Team di IKEA Italia cosa c’è davvero dietro alle famose sei lettere

L’utente protagonista per una migliore User Experience
Le persone, quindi, sono disposte a pagare di più per prodotti che contribuiscono a creare rispetto allo stesso prodotto pre-assemblato. La regola generale risulta essere che più alto è il contributo che l’utente fornisce più alta sarà la valutazione di quel prodotto. Quindi, se lo sforzo richiesto a livello di UX è troppo elevato o il contributo risulta essere irrilevante, ci si potrebbe ritrovare davanti a un utente che non completerà il compito “assegnatogli”. La conseguenza è che non si innescherà l’effetto IKEA.Per questo, l’effetto IKEA si attiva quando ci si trova davanti a un prodotto dove il livello di sforzo è basso ma il contributo percepito (e dunque il valore ad esso attribuito) è alto.In fase di progettazione, bisogna far rompere l’uovo all’utente per far sì che si ritrovi una torta squisita e cotta alla perfezione. In poche parole, è importante lasciare il controllo del processo (o almeno, una parte) all’utente. Solo così instaurerà un forte rapporto con il prodotto o servizio in questione.
Ecco, quindi, che anche solo la compilazione di un profilo o la personalizzazione di un template può diventare molto importante, in grado di costruire una prima esperienza con il prodotto o servizio estremamente dinamica e viva nella sua interazione. Lasciare all’utente semplici operazioni come mandare la propria prima email o impostare un widget possono essere dettagli decisivi per la sua soddisfazione finale.C’è da riflettere, quindi, su quanto spesso si cerchi di rendere semplice un processo per chi interagirà con il processo stesso. Si cerca sempre di creare una situazione in cui l’utente abbia il minor sforzo possibile, ma è davvero la cosa giusta da fare? Non si rischia di appiattire la UX e di far calare la soddisfazione generata da quel piccolo sforzo in grado di “dare qualcosa” a chi utilizza un prodotto o un servizio?Se si parla di buon design, dobbiamo ricordarci che tutto parte dall’utente finale: un design è ben riuscito quando l’utente è soddisfatto. E se l’utente è soddisfatto quando viene chiamato in gioco, è giusto chiamarlo in gioco.







