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4 cose che ti servono per cominciare a lavorare con l’HyperContent Marketing
Sfruttare gli hypercontent può essere decisivo per migliorare la relazione con la tua audience: in questo post ti spieghiamo cosa ti serve per partire
11 Gennaio 2018
A tal proposito, è meglio rinfrescarci la memoria, andando a (ri)scoprire quale sia la “formula” per realizzare gli HyperContent.(Spazio + tempo) * device dell’utente / attività dell’utente
Tale formula (proposta qui e ripresa in quest’altro testo) è in grado di sintetizzare con efficacia quali siano le caratteristiche sostanziali di un contenuto che sia anche “Hyper”: la presenza di un’interazione con il contesto hic et nunc dell’utente, la possibilità di sfruttare le potenzialità di un device che l’utente ha – con tutto quello che ciò permette, dalla personalizzazione dell’interazione alla tracciabilità dei dati prodotti – e l’azione che l’utente compie, dopo esser stato coinvolto ed eventualmente attivato.Il saper impiegare gli HyperContent allo scopo di condurre l’utente alla conversione in cliente, e successivamente in ambassador della marca – secondo un modello standard di Customer Journey – può portare ad accellerare il processo in maniera esponenziale, perché mette in condizione di attivare in maniera completa l’utente, agendo su leve che sono per forza di cose altamente customizzate (il contesto hic et hunc, appunto, oltre che la call to action che spinge l’utente a muoversi).
Cominciare a pensare Hyper
A che livello si può cominciare a “ragionare” secondo le regole dell’HyperContent Marketing? La complessità dei fattori in campo pretende che l’azienda si doti di strumenti in grado di garantire performance di un livello sufficiente a sviluppare una customer experience veramente distintiva e memorabile: al di là però delle piattaforme tecnologiche (intendiamoci, indispensabili) il primo switch è di ordine prevalentemente concettuale. Bisogna cominciare a ragionare in modalità hyper, passando quindi da una visione a compartimenti stagni (mediale, ma anche di relazione) a una più unitaria e completa, dove il mondo di marca venga considerato nel suo insieme, secondo una serie di legami e interconnessioni e non di anime separate fra loro.In questo i pattern che descrivono le regole della narrazione transmediale possono aiutare a visualizzare le differenze sostanziali che ci sono dall’immaginare in modalità più “classica” e hyper.Uno in particolare, proposto da Robert Pratten, può aiutare a comprendere quanto l’incrocio fra dimensioni diverse (e talvolta sbilanciate) sia determinante al confezionamento di una storia realmente transmediale.
1. Una vision che sia veramente omnichannel
L’omnicanalità è una delle keywords più citate degli ultimi anni: ogni decision maker avrà incrociato almeno un consulente che ha promesso di portare questa trasformazione nella propria azienda. Il problema è che l’approccio omnichannel il più delle volte viene confuso con una semplice presenza su tutti i canali: presenza che, specifichiamo, non conduce a un’autentica relazione fra media, semmai a una dispersione maggiore di messaggi – quindi di risorse.Guardare il proprio ecosistema di comunicazione secondo una logica omnichannel significa, viceversa, cominciare a pensare come possono lavorare assieme i vari media, quali possono essere le connessioni fra loro e come queste possono generare valore: produrre o raccogliere dati, quale agevolazione c’è per l’utente/consumatore, che valore si prefiguri per l’azienda etc.Non è necessario presidiare decine di canali se questi vivono una realtà a sé, parlano ognuno una lingua propria e – soprattutto – non sono in grado di creare sinergia. Gli HyperContent vivono grazie alla capacità dei media di relazionarsi fra loro e con il contesto dell’utente: contare quindi su una dimensione che sia veramente “omni” è il primo passo verso il successo!2. Un piano di sviluppo razionale (e creativo)
Se la visione dev’essere chiara, altrettanto dev’essere il piano che si attuerà per crescere in una logica “hyper”. Non aver paura della creatività, ne tantomeno spaventarsi per un modello che per forze di cosa uscirà dalla convenzionalità delle comunicazioni di ieri e di oggi: dogmi che andrebbero considerati per qualsiasi piano di comunicazione che miri ad essere competitivo, e che diventano obbligatori da rispettare nel momento in cui si sceglie di cominciare a lavorare con questa nuova forma di contenuto.Aprirsi quindi al digitale in una maniera propositiva ma non schizofrenica, analizzando quali siano i canali più adatti per ospitare l’esperienza dell’utente cui parleremo e limitandoci a un presidio razionale e non dispersivo. Uno degli errori che i primi social media manager fecero più spesso, negli anni passati, fu di aprire profili ufficiali su tutti i canali disponibili. Il risultato era una dispersione totale delle risorse, senza un risultato efficace: allo stesso modo, se sappiamo che vogliamo cominciare a sviluppare HyperContent, dobbiamo comprendere quale sarà la prima strada da prendere, e su quella lavorare, magari spingendo sull’accelleratore della creatività per arricchire l’esperienza utente del tanto che basta a renderla unica.Prendete Pokémon Go: il game AR della Nintendo era a pieno titolo un gigantesco HyperContent. Per sua natura il punto di forza era tutto sulla mobilità: Nintendo ha scelto di giocare lì la sua partita, senza realizzarne evoluzioni per altri device che ne snaturassero le qualità. Il successo si è visto, eccome!








