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1 Aprile 2026 - 3 minuti
11 Febbraio 2019

Allargando il campo, siamo di fronte a una metafora. Quello che si può vedere a Fabriano riguarda in generale tutta la regione Marche: perla dell’Adriatico e degli Appenini, la zona è costellata di eccellenze naturali e imprenditoriali, che faticano però a emergere con tutte le proprie talentuose peculiarità.Il terremoto, ancora lui, è stato un po’ uno spartiacque: come una grossa pietra che ha soffocato i tentativi di rilancio di un micro-mondo già di suo penalizzato dalla più nota crisi economica di inizio secolo. La sensazione è che anche grandi eventi come il Brand Festival, che si terrà a Jesi dal 29 marzo al 5 aprile, nonostante siano di grande valore vengano vissuti dalla stessa popolazione come dei momenti spot che non riescono a restituire all’esterno quanto questa terra sia meravigliosa e ricca di opportunità.
Me lo racconta Luca Marinelli, camminando per i vicoli di una città che potrebbe essere di quelle mete che potremmo vedere ritratte in un articolo con il titolo: “Posti da vedere assolutamente il prossimo anno”.Luca è docente di marketing al Dipartimento di Management all’Università di Ancona, ed è uno dei docenti del progetto (oltre che autore di Ninja.it): «L’idea nasce da un progetto precedente realizzato dagli stessi promotori di Digital Support, sempre pensato dalla Fondazione Aristide Merloni, la Fondazione Marche e il Dipartimento di Management dell’Università Politecnica delle Marche. L’obiettivo era fornire un supporto sui temi del management e del marketing ad una serie di imprese situate nelle aree colpite dal recente sisma (2016). In occasione di quell’iniziativa durata circa un anno, è stato riscontrato che uno dei principali gap da colmare per lo sviluppo di queste realtà aziendali, era legato proprio al digitale; è stato quindi certificato un elevato fabbisogno di risorse e conoscenze di digital marketing da parte delle PMI del territorio. Sulla base di questa evidenza nasce il progetto Digital Support che ha l’obiettivo di creare una nuova classe di professionisti del digital marketing che siano in grado di intervenire nelle piccole e medie imprese».Un percorso dove l’Università svolge un ruolo centrale: «In uno scenario competitivo e mutevole come quello in cui viviamo, l’Università lavora per creare un ponte tra il mondo della conoscenza e il territorio; a tal proposito la progettazione di nuovi corsi e l’introduzione di nuovi insegnamenti sono attività che vengono svolte regolarmente e sono fondamentali per garantire all’Università quel ruolo di punto di riferimento nell’ambito dello sviluppo del territorio di cui fa parte. Progetti di successo ed esempi virtuosi si hanno nel momento in cui i diversi stakeholder scendono in campo e lavorano insieme con una visione comune». E, aggiungo io, facendo squadra i risultati si vedono.Arrivato alla seconda edizione, Digital Support coinvolge un’intera comunità, considerando che come sede viene identificata proprio Fabriano e le sue strutture ricettive, ma va a sviluppare effetti positivi su tutto il contesto regionale: molti partecipanti, ad esempio, arrivano da fuori e per tutta la durata del progetto “vivono” la città e i suoi dintorni. Senza considerare poi la fase di placement cui vengono avviati, con l’attività di tirocinio in molte aziende locali che li porta a essere una risorsa potenziale molto importante.Me lo racconta sempre Luca, ponendo in chiusura un accento su un aspetto non così secondario: «Il progetto si conclude con una fase chiamata “orientamento al placement” nella quale gli allievi vengono ulteriormente seguiti nel percorso di inserimento nel mondo del lavoro. L’esperienza della scorsa edizione ci ha dimostrato che diversi allievi si sono inseriti proprio nelle imprese ospitanti. Va infine precisato che la partecipazione a questo progetto da parte degli allievi è gratuita, Fondazione Aristide Merloni e Fondazione Marche offrono borse di studio a copertura totale».LEGGI ANCHE: Le nuove élite “penseranno” digital, una risposta al Game di Baricco
A gestire tutto questo è stata Teodora. Quando le chiedo come si sia arrivati a questo risultato, mi comincia a raccontare: «L’amministrazione comunale crede molto in questo progetto di innovazione per rilanciare le attività produttive, impegnando anche risorse interne nella sua realizzazione. Il loro supporto è stato decisivo per l’apertura e continua tuttora. Personalmente, mi sono immersa in un contesto lavorativo a me nuovo, un salto nel vuoto che mi ha portato ad affrontare difficoltà, ma che mi sta dando anche tante soddisfazioni. La difficoltà maggiore è far passare un concetto di modalità lavorativa fuori dagli schemi ai quali siamo abituati: uno progetto innovativo per il nostro territorio». Già, innovativo per il territorio e anche per le persone che agiscono dietro le quinte.Teodora si potrebbe definire un “cervello di ritorno”, dato che seguendo un buon lavoro nel settore delle risorse umane ha fatto il giro d’Italia, passando da Gorizia, Milano e Roma. Poi è tornata qui, a casa sua, e la prima cosa che colpisce è una frase che sa essere decisamente glocal: «Niente è più emozionante che andare a lavorare a piedi, dopo tanti chilometri».Ok, ma perché hai scelto di tornare, Teodora? «Sono nata a Fabriano 30 anni fa e sono emigrata prima per l’università e per cogliere opportunità lavorative poi. Ho deciso di tornare per mettere a disposizione del mio territorio le competenze acquisite, contribuendo al suo rilancio. Mi sono messa in gioco in prima persona credendo in questo progetto. “Andare, imparare e tornare” Penso che questa scelta personale mi farà crescere molto».Lo spazio è sito al secondo piano di uno stabile che vedrà presto una riqualificazione totale. Totalmente ristrutturato con gusto, a farla da padrone è quel senso di nuovo che si mescola alla sensazione di entrare in un tempo antico, tipico dei luoghi che nascono dai processi di rigenerazione urbana. Abbondanza di legno, mattoni a vista e dalle finestre lo scorcio del castello che svetta su Fabriano.«Fhub è pensato come un luogo in cui far circolare saperi e stimolare innovazione sociale attraverso la contaminazione tra lavoro materiale e immateriale. È uno spazio dove si condividono e valorizzano le competenze multidisciplinari di freelance, professionisti e imprese, facendo diventare il coworking un centro di progettazione innovativo e punto di riferimento per aziende e artigiani del territorio. Siamo un concentrato di potenzialità, con tante nuove idee, energia e competenze che vogliamo spendere per il nostro territorio».Che tipo di startup e di aziende possono lavorare qui? «Lo spazio di 400 mq ospita una community collaborativa e multiskill, che promuove le competenze dei professionisti a sostegno dell’innovazione sociale e tecnologica del nostro territorio. La community che si è creata fin da subito conta 2 smartworker, 3 freelance e 3 componenti di una startup. Stiamo inoltre ospitando 30 ragazzi impegnati in un percorso formativo professionalizzante di alto livello sul marketing digitale. Questi numeri possono solo aumentare, visto l’aumento di richieste registrato in breve tempo».LEGGI ANCHE: Digital Transformation: 3 tecnologie che dovresti adottare per la tua PMI
Riuniti a Matelica. Un po’ come un centro che richiama il mondo e le sue esperienze, là dove non si sospetta che ci sia ricchezza. Ma d’altronde, quando chiedo a Leonardo se intende rimanere qui, se crede in un modello di sviluppo sostenibile per questa città e questa regione, lui mi risponde così: «Diciamo che io sono una persona positiva di base. Quindi ci credo. Per molti anni, quando tornavo, vedevo sempre poche iniziative o cambiamenti. Di recente, sarà che frequento spesso l’FHUB, ma vedo molte più iniziative anche a livello regionale per accedere a fondi sia europei che nazionali. Le Marche non hanno un buon punteggio per quanto riguarda l’abilità di ottenere fondi economici a livello europeo. Per questa ragione vedo spazio per un modello di sviluppo e miglioramento territoriale. Vedo gente con molta voglia di fare, quindi con le linee guida e le risorse giuste si potranno sicuramente creare nuove opportunità concrete. La creatività e la voglia di fare in questa regione non manca, basta solo un modello concreto di sviluppo che aiuti giovani imprenditori locali a mettere in pratica le proprie passioni e idee. Per il resto non ci fermiamo e andiamo avanti. Come disse Jovanotti al concerto di RisorgiMarche: “quando vi cercano di spegnere l’entusiasmo non permetteteglielo, è un trucco, le vostre risorse sono pazzesche!”».LEGGI ANCHE: Il piano di Google e Confindustria per lo sviluppo digitale delle PMI italianeIdee. Fondi. Creatività. Come quella che ha portato una giovane a far nascere da un’ex conceria un co-working, oppure ha stimolato la fantasia di tre ragazzi a creare un network per viaggiare e studiare, mettendo come base non un luogo ma un modello, che ha il proprio centro le Marche e l’Oklahoma, casa e il resto del mondo che si uniscono per far risorgere una città, e con lei una provincia e una regione.Non è forse questo fare innovazione? Prendere i principi della Digital Transformation e applicarli a un modello imprenditoriale, che funga da driver per la trasformazione economica e sociale? È quello su cui rifletto con Luca, mentre andiamo via dopo la nostra giornata vissuta nell’ambito di Digital Support: «Così come tante altre regioni italiane, le Marche sono una terra ricca di eccellenze produttive, ma anche turistiche e culturali. Il digitale rappresenta senza dubbio un veicolo per “raccontare” al mondo intero queste eccellenze. È opportuno però guardare al digitale non solo dal punto di vista del marketing, bensì con una visione molto più ampia che oggi viene definita “Digital Transformation”. In quest’ottica, anche le realtà meno marketing oriented possono trarre enormi benefici facendo entrare un po’ di “cultura digitale” all’interno di ambiti come progettazione, processi produttivi, supply chain e logistica».
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