Instagram testa un abbonamento per aumentare visibilità e interazioni
Dal microfono allo smartphone, l’era del mobile journalism
Lettori e notizie sempre più digitali impongono nuove regole al giornalismo, che diventa Mojo
23 Giugno 2017
Un nuovo tipo di giornalismo?

Il mobile journalism come opportunità

Un mondo di app per tutti i mobile journalists
E se il cellulare è lo strumento base del Mojo, le app sono quegli add-on fondamentali che rendono possibile il suo lavoro. Gratuite e a pagamento, conosciute da tutti o per pochi insider, c’è un intero mondo di applicazioni per questa categoria di professionisti (o quantomeno, da loro adottate).A cominciare con le app che permettono di riappropriarsi della fotocamera dello smartphone, settandone tutti i parametri come nella migliore delle reflex. Uno degli esempi più noti è FilmIc Pro, che permette di passare ad un controllo totalmente manuale di aspetti come il focus, l’esposizione, il bilanciamento del bianco, ma anche di registrare video in 4k, scegliere il frame rate, e molto altro.
In combinazione con TwistedWave, che permette di controllare e modificare l’audio, e con Splice, che non ha bisogno di presentazioni perché basta dire che è l’app di video-editing creata direttamente da GoPro, è come avere un piccolo studio di registrazione nella tasca dei pantaloni.A queste si aggiungono molteplici applicazioni di “background” per prendere appunti velocemente, come Evernote, organizzare le informazioni, come Trello, o addirittura scrivere (magari non un intero articolo) sotto dettatura, come Dragondictation. Senza dimenticare tutti quegli strumenti che permettono di ricevere notizie in tempo reale, come Google Alert, o di monitorare i social per scoprire rapidamente quali argomenti stanno diventando popolari, proprio nel momento in cui lo fanno, come il potentissimo Dataminr.Insomma, c’è l’imbarazzo della scelta, anche per chi vorrebbe diventare giornalista in un mondo in cui questa professione è sempre più importante ma, paradossalmente, sempre più in crisi. Ma soprattutto per chi quel titolo già se l’è conquistato, ma ha capito che, in questo mondo digitale che si muove alla velocità della luce, ci vuole ben altro che una laurea e l’iscrizione ad un albo per fare davvero notizia. In tutti i sensi.







