Heineken lancia “Tocayos” per sostenere i bar storici in Spagna
2019, un anno di trasformazione digitale raccontato da Societing 4.0
Non c’è momento più simbolico della fine di un anno per chiedersi quali saranno i buoni propositi per l’anno in arrivo
25 Dicembre 2019

I nuovi modelli di sviluppo
Un modello nuovo e insieme più allineato alle nostre caratteristiche storico-culturali, che potrebbe presentare una valida alternativa a quel modello Silicon Valley che, come dice Adam Arvidsson in uno degli articoli, è in crisi per assenza di fantasia.Adam chiude l’articolo dicendo “Se il modello Silicon Valley si sta esaurendo è soprattutto per questo motivo, manca un’idea di che tipo di mondo costruire con le tecnologie digitali, un’idea di un futuro diversa dal presente”.
E noi abbiamo un’idea alternativa a questo modello americano che descrivo nel mio articolo di dicembre 2019 pubblicato su NOVA de IL Sole 24 Ore, dove ho presentato alcuni punti-chiave del modello mediterraneo di Societing 4.0 (che ha al suo interno la task force RuralHack e il progetto PidMed.Questo modello è un’idea, un percorso, una scommessa, una performance, che si chiude con un punto interrogativo e che chiama chiunque lo voglia a farsi intelligenza collettiva contribuendo alla risposta.Questo modello analizza, sperimenta e supporta attività di ricerca, progetti e servizi, immaginando che tutte le tecnologie evolute (big data, robotica, stampanti 3d, intelligenza artificiale…) possano servire contesti come quello italiano – fatto da miriadi di imprese – con l’idea di piegare le tecnologie al benessere della società producendo un effetto positivo (e migliorativo) per le persone e le comunità.Nel modello mediterraneo le tecnologie non sono per forza causa di alienazione ed allontanamento dalla tradizione, dalla ruralità, dall’artigianalità della produzione ma possono diventare il mezzo per immaginare insieme ai giovani, agli artigiani, alle piccole imprese, agli imprenditori sociali, alle startup, alla ricerca 4.0, alle comunità, alle istituzioni, un senso diverso della produzione, del lavoro, dell’ambiente e della società diventando, quindi, la chiave dello sviluppo sostenibile, a tutela della biodiversità, dell’ambiente e delle persone.Una prospettiva simile, per altro a quella giapponese di Society 5.0 che si fonda sull’idea che sia la tecnica a doversi umanizzare e non, viceversa, l’uomo ad essere tecnologizzato. Il concetto di base è una più stretta convergenza fra spazio virtuale e spazio fisico, liberando l’uomo da tutta una serie di attività lavorative alienanti, scomode e poco agevoli, abilitandolo ad attività più consone al suo status di “essere umano”.D’altra parte dobbiamo affrontare la grande complessità di modelli di business, come quelli delle Big tech, che consentono di tenere insieme principi ineccepibili (gratis per tutti, facili connessioni, occasioni di internazionalizzazione economiche per le imprese, …); e poteri enormi che stanno rapidamente divorando fette di valore economico e spazi sempre più ampi occupati dai diritti, con effetti critici sulla redistribuzione della ricchezza e sui sistemi democratici.
Le Pmi italiane
A questo proposito, tra i 36 scelti sono interessanti due articoli, in particolare: quello firmato direttamente da Mark Zuckerberg e quello che presenta i dati, tutti in forte ascesa, del Made in Italy sulla vetrina di Amazon.Nel primo vengono elencati i principi “buoni” del modello di business di Facebook e nel secondo vengono presentati alcuni dati relativi alle Pmi che si appoggiano alla piattaforma Amazon.Ad aprile 2019 si parla di 12mila Pmi, che arrivano al colosso del marketplace attraverso accordi con associazioni di categoria locali. Con un aumento del giro d’affari di questo nuovo canale dell’export ancora non molto battuto dalle nostre imprese – spesso restie ad affacciarsi al mondo dell’eCommerce – che solo per Amazon ha raggiunto la cifra tonda di 500milioni e che fa presagire la possibilità di superare il miliardo di euro di beni italiani esportati nel mondo, entro il 2020.Una storia importante, ancora tutta da scrivere, che riguarda le potenzialità del mercato, lo strapotere di queste grandissime imprese e di chi le possiede e gli strascichi di disuguaglianza e riduzione dei diritti che il turbocapitalismo si porta dietro.








