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Cybersecurity: basta giocare in difesa, è il momento di correre in attacco
Di cavalli di Troia ce ne sono tantissimi sulla rete, ma non potrebbero invaderci se non fossimo noi ad aprire le porte
13 Aprile 2021
Le nostre vulnerabilità: tecniche e psicologiche
Secondo il rapporto Clusit, nel 2020 gli attacchi informatici sono cresciuti del 12% a livello mondiale.Sul podio dominano i malware (42%, tra cui spiccano i ransomware nel 29% dei casi); seguono i data breach nel 20% dei casi; e infine phishing e social engineering che pesano per il 15% sul totale.
Gli hacker approfittano delle nostre vulnerabilità: da quelle tecniche, dovute alla velocità con la quale le aziende hanno dovuto adattarsi a fenomeni come lo smart working, fino agli effetti ancora più preoccupanti sulla psiche umana: quanti di noi hanno ricevuto email sul Coronavirus, da parte della presunta Organizzazione Mondiale della Sanità e sono stati tentati dal cliccare per avere maggiori info?Il 10% degli attacchi portati a termine a partire da fine gennaio 2020 è stato a tema Covid-19.D’altronde gli hacker sono scaltri e cavalcano i trend, le ansie e le paure del momento: secondo i dati di Google Navigazione sicura, i siti di phishing creati nel periodo marzo aprile 2020 sono stati circa 188mila mila nei momenti peggiori della Pandemia (parliamo solo di quelli rilevati).Gli hacker hanno creato versione parallele di Zoom e approfittato dell’aumento vertiginoso dello streaming dei film, per rubarci dati e i soldi depositati in banca.LEGGI ANCHE: Migrazioni social: la fuga dei giovani in rete generazione dopo generazioneSono le aziende ad aver subito più danni, ma la buona notizia è che stanno imparando velocemente dai loro errori: «Sì sono aperte alle attività da remoto, realtà come banche centrali, grossi enti assicurativi, aziende in ambito energy e hanno capito l’importanza di potenziare le loro reti, per garantire la loro sicurezza e quella dei clienti. Si sono rivolte a consulenti per aumentare i meccanismi di controllo, sia delle loro infrastrutture, che lato client per garantire un accesso sicuro ai loro dipendenti in smart working, l’anello più debole della catena», spiega Gianvittorio Abate, Ceo di Innovery, azienda specializzata in cybersecurity, con sedi in Italia, Spagna e Messico e un fatturato di 46 milioni di euro nel 2020.
Scarsa attenzione alla privacy, tra gli errori comportamentali
Pensa a Ulisse e al Cavallo di Troia. Di cavalli di Troia ce ne sono tantissimi sulla rete, ma non potrebbero invaderci se non fossimo noi ad aprire le porte. Se sono i nostri errori a dare il là ai criminali informatici, l’obiettivo delle aziende è di lavorare proprio sul comportamento degli utenti che usano male le credenziali di accesso e hanno una scarsa o nessuna attenzione al valore della privacy. E quello che è peggio, navigano nel modo sbagliato, senza pensare ai pericoli che li attendono.«L’errore umano principale resta l’utilizzo sbagliato della posta elettronica e molte aziende sono ancora indietro proprio sul tema della consapevolezza. Eppure, se paragoni la sicurezza informatica a quella personale, sono poche le buone pratiche da eseguire. Quando parli con tuo figlio, gli dici che quando esce deve portare con sé le chiavi e che se le smarrisce deve dirtelo in modo che tu cambi la serratura», continua Abate.Le aziende, tuttavia, stanno affrontando il problema, lavorando principalmente su due canali: l’incremento dei sistemi di protezione lato client (antivirus, meccanismi di vpn per creare canali protetti ecc.) e sul fronte dell’autenticazione, con procedure come il classico codice via sms, con le quali è possibile garantire meglio l’identità delle persone, aumentando i criteri di identificazione.








