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Stupro virtuale, cyberbullismo e revenge porn: a che punto siamo con l’educazione civica digitale
Partendo da casi reali, abbiamo analizzato i dati delle ultime ricerche e chiesto agli esperti a che punto siamo in Italia nella lotta a questi fenomeni
14 Marzo 2019
E' iniziato il processo a carico dell'ex fidanzato di Tiziana Cantone, dopo la diffusione sui social di alcuni suoi video privati si era uccisa. Maria Teresa Giglio, mamma di Tiziana, non ha mai smesso di accusare l'ex compagno della figlia.#storieitaliane @eleonoradaniele pic.twitter.com/lPH7qKa0db
— Storie Italiane (@storie_italiane) February 21, 2019
L’impatto della diffusione di contenuti privati online
Nel testo, che si propone di approfondire la vicenda che sta continuando nelle aule dei tribunali (per approfondire l’inchiesta sul caso, consigliamo l’ascolto di questa intervista a uno degli autori), fin dal titolo si riporta in auge un tema che sta lentamente cominciando ad emergere con prepotenza: quello dell’impatto devastante che può avere la divulgazione di informazioni e contenuti personali online senza controllo del legittimo proprietario.Un caso particolarmente eclatante che può servire a dare nuova linfa al dibattito sull’educazione civica digitale e la protezione di dati, a maggior ragione oggi che è arrivato alla ribalta della cronaca il primo caso di “revenge porn politico”.Protagonista la deputata del M5S Giulia Sarti, di cui sono state diffuse delle immagini particolarmente sensibili, e sul cui caso si è espresso anche il Garante per la Privacy Antonello Soro, che ha pubblicato qualche ora fa una nota: “Con riferimento a notizie relative alla possibile circolazione di immagini molto personali della deputata M5s Giulia Sarti, richiama l’attenzione dei mezzi di informazione al rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali e del codice deontologico dei giornalisti. Tali regole impongono al giornalista di astenersi dal diffondere dati riguardanti la sfera intima di una persona per il solo fatto che si tratti di un personaggio noto o che eserciti funzioni pubbliche, richiedendo invece il pieno rispetto della sua vita privata quando le notizie o i dati non hanno rilievo sul suo ruolo e sulla sua vita pubblica”.
Tutte le forze politiche hanno preso posizione per difendere la deputata, per sottolineare l’importanza del diritto alla privacy e stigmatizzare i comportamenti di quanti (per strappare un click in più o per semplice vouyerismo) stanno diffondendo tali contenuti.Rolling Stones, addirittura, ha scelto di fare un appello a non diffondere il materiale, se ricevuto (a cui aderiamo).Certamente, però, non è questo il primo caso in cui in particolare è coinvolta una donna, che vede pesantemente violentata la propria dimensione personale a causa di uno scarso rispetto della propria intimità, e forse da un’incauta modalità di utilizzo del web.A che punto siamo, ce lo spiegano gli esperti
A che punto siamo con il processo collettivo di presa di coscienza dell’importanza della tutela dei propri dati online? E quanto si sta sensibilizzando rispetto ai fenomeni come il cyberbullismo o il revenge porn, piaghe sociali ormai diffuse a tutti i livelli d’età, che colpiscono in particolare giovanissime, ragazze e donne?Certamente, il percorso è ancora lungo, anche dal punto di vista semantico, considerando come siano ancora tantissimi i termini impiegati per parlare di questi fenomeni.Cogliamo l’occasione per farne il punto su Ninja, facendoci aiutare da alcuni importanti studiosi del fenomeno.
Qualche numero su cyberbullismo e cyberharassment
I dati sono ancora contrastanti, anche se ci sono diverse conferme che qualcosa sembra andare in una direzione diversa.Morti come quelle di Tiziana Cantone, o della giovanissima Carolina Picchio di Novara, hanno aiutato l’opinione pubblica e le istituzioni a prendere coscienza di quanto ci fosse da fare, a livello formativo e legislativo, gettando le basi per un lavoro che coinvolgesse tessuto scolastico e forze dell’ordine.
Al di là dei casi di cronaca appena citati, infatti, possiamo considerare il percorso ancora lungo e tortuoso.I dati ci mostrano, in Europa e in Italia, un fenomeno che ancora probabilmente non ha mostrato il proprio picco: cyberbullismo e cyberharassment, revenge porn e il cosiddetto “stupro virtuale” (termine proposto da Nunzia Ciardi, direttore del servizio di Polizia Postale e comunicazione) sono aree che stanno emergendo con prepotenza nell’elenco dei reati che quotidianamente vengono compiuti.Lo spaccato di quanto il nostro Paese si stia attrezzando rispetto al macrotema lo offre il corpo di Polizia Postale, che ha diffuso lo scorso dicembre alcuni dati riguardanti le azioni compiute nel 2018.Alcuni insight particolarmente significativi, in particolare considerando la fascia d’età più bassa (per leggere l’intero comunicato, che dà conto anche di azioni contro le truffe cyberfinanziarie e la lotta al terrorismo sul web, si rimanda al sito del Commissariato online della PS).Sono state contate oltre 10.922 le denunce fatte dagli utenti, 19.088 le richieste di informazioni e 18.722 le segnalazioni ricevute dai cittadini. Sono stati monitorati per condotte discriminatorie di genere, antisemite, xenofobe e di estrema destra oltre 5000 spazi virtuali.
Cala il fenomeno della Blue Whale (di cui avevamo parlato anche noi con un’inchiesta ad hoc: prima parte e seconda parte) che ha probabilmente raggiunto il suo hype nel 2017, e per cui sono state ricevute circa 700 segnalazioni, che hanno poi portato a eseguire 270 comunicazioni di reato presso le procure: ma è un’eccezione.Di segno opposto sono i trend riguardanti fenomeni più tristemente comuni.Molto maggiori i numeri legati ai reati contro la persona perpetrati sul web: il ricatto online è considerato fenomeno in crescita, con “940 casi trattati dall’inizio dell’anno, atteso che il dato emerso è parziale e fortemente ridotto rispetto alla reale entità del fenomeno. Sono 20 le persone denunciate e 2 le persone arrestate in Italia nel 2018“.Alti i numeri rispetto ai fenomeni più gravi, quali revenge porn e simili: “955 persone e 8 persone sono state tratte in arresto, per aver commesso estorsioni a sfondo sessuale, stalking, molestie sui social network, minacce e trattamento illecito di dati personali“.Rispetto a questo, viene evidenziato come: “l’aumento del numero degli adolescenti presenti sul web ha determinato una crescita esponenziale del numero di minorenni vittime di reati contro la persona: dai 104 casi registrati nel 2016 si è passati a 177 nel 2017 e 202 casi trattati nel 2018, le vittime hanno tutte un’età compresa tra i 14 e i 17 anni.” Quest’ultimo punto, considerando come il trend sia in crescita, è da considerarsi decisamente allarmante.In costante aumento anche le diffamazioni online, in particolare verso esponenti politici e cosiddetti vip: nel 2018 -comunica la polizia postale- sono state denunciate 685 persone.Infine, è la stessa Polizia Postale a introdurre il già citato termine “stupro virtuale”, definendolo così: “All’interno di gruppi chiusi i partecipanti di sesso maschile condividono foto, ricercate sui social o copiate da contatti WhatsApp, di donne ignare, ritratte nella loro vita quotidiana, dando poi sfogo a fantasie violente e comportamenti offensivi“.


Quali soluzioni al problema?
È un fatto che oggi il tema dell’educazione civica digitale sia una necessità, anche perché gli effetti sui fenomeni analizzati dalle ricerche presentate finora fotografano una situazione che non possiamo non definire a rischio.È ancora Ivan Ferrero a entrare nel dettaglio di quali possano essere le conseguenze del trovarsi immersi in situazioni simili: “Gli effetti a lungo termine possono essere numerosi, e possiamo distinguerli tra effetti diretti e indiretti. Tra gli effetti diretti abbiamo tutto ciò che possiamo ricondurre alla sindrome da stress post-traumatico e non solo: insorgenza di disturbi dell’umore, perdita del sonno oppure sonno disturbato da pensieri di morte e da incubi, crollo dell’autostima e autoefficacia, generando un costante e diffuso senso di incapacità nell’affrontare nuove situazioni, ritiro sociale di vario grado, fino ad estremi quali l’auto-reclusione, evitamento della scuola, in alcuni casi fino al drop out, frantumazione della propria identità.
Tra gli effetti che potremmo definire indiretti abbiamo tutte quelle conseguenze che derivano da comportamenti che la vittima assume e che sonno potenzialmente dannosi per la sua salute, ad esempio abuso di sostanze stupefacenti e di alcol, caduta in problemi quali anoressia e bulimia e assunzione di sostanze per tentare il suicidio, ma che lasciano gravi segni anche permanenti nell’organismo della persona. Tutto questo fino a gesti estremi quali, appunto, il suicidio.“.In questo, l’Italia forse non ha ancora saputo sviluppare un insieme di anticorpi idonei, anche se c’è stata una notevole accelerata nella ricerca di strumenti per contrastare tali fenomeni.In particolare, è centrale comprendere quanto sia opportuno discernere fra dimensione digitale e analogica, comprendendo però come questi due mondi possano comunque toccarsi: nella realtà il diffondere informazioni sensibili è rischioso, così sul web.Per questo il legislatore si è dotato di strumenti utili a regolamentare la diffusione dei dati e permettere di dare un perimetro in cui è permesso usare informazioni strettamente personali (come anche il numero di telefono) e dove invece non è regolare. Indicazioni queste che valgono non solo per l’argomento oggetto della nostra inchiesta, ma anche ad esempio per le aziende.L’avvocato Roberta Rapicavoli spiega: “L’attenzione per la protezione dei dati personali da parte del legislatore, nazionale ed europeo, è elevata, come dimostrano i più recenti interventi normativi. Mi riferisco al Regolamento UE 2016/679 (noto anche come GDPR – General Data Protection Regulation) e al D. Lgs. 101/2018 (decreto di adeguamento della normativa nazionale al regolamento), ma anche alla Direttiva europea 2016/1148 sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi (nota come Direttiva NIS, recepita nel nostro ordinamento con il D. Lgs. 65 del 2018), alla riforma del registro delle opposizioni in tema di marketing telefonico e cartaceo (ad opera della Legge 5/2018) e all’iter di modifica, non ancora concluso, della Direttiva e-privacy che disciplina anche la materia dei cookie e del marketing attraverso strumenti automatizzati (quali email, SMS o messaggi di altro tipo).”
La domanda che rimane è: “Le pene per chi usa il web in maniera impropria sono attualmente sufficienti, o è necessario inasprirle?“.L’avvocato risponde così: “Nel mondo online, come in quello reale, esistono regole da rispettare ed esistono sanzioni di varia natura nel caso di loro violazione. Personalmente non credo che, almeno in generale, il problema sia legato al quantum delle sanzioni. Penso sia invece centrale rafforzare la consapevolezza legata all’esistenza di specifiche responsabilità per chi pone in essere comportamenti illeciti, anche nel web, e diffondere la conoscenza delle modalità con cui, chi è vittima degli illeciti commessi, possa far valere i propri diritti“.Un punto di vista che Ivan Ferrero completa, dal punto di vista professionale di chi lavora appositamente per sensibilizzare ed educare: “Le nuove Leggi, sebbene non perfette, hanno dato un grosso contributo in tal senso prevedono fondi dedicati a progetti di prevenzione e intervento di questi fenomeni, obbligano le scuole ad avere al loro interno la figura della Referente al cyberbullismo, con opportuna formazione e hanno previsto un iter legale per la denuncia e le pene costruito appositamente per le caratteristiche di questi fenomeni.Più in generale, queste Leggi hanno riconosciuto l’esistenza di un fenomeno che è differente da tutti quelli a cui si faceva riferimento in precedenza per l’individuazione del reato (diffamazione, lesione dell’immagine della persona, ecc…). Questo apre le porte ad altri futuri provvedimenti e soluzioni studiati ad hoc”.
“Che cosa si potrebbe fare di più? Alleggerire la burocrazia per la formulazione di progetti e la raccolta dei fondi nelle scuole, quindi anche accelerando i tempi di attivazione di eventuali misure di intervento, istituire la figura di un esperto del tema a cui le scuole possano fare riferimento in modo tempestivo in caso di bisogno“.L’importanza dell’educazione digitale
L’educazione al digitale diventa quindi materia centrale nel percorso di crescita dei giovani in età scolare, anche perché i giovani internauti di oggi saranno gli utenti del web di domani. Non basta però pensare a comprendere gli strumenti, ma comprendere che anche nel digital la nostra umanità, il nostro essere comunità in un tessuto sociale, è reale, tangibile e autentico.Non esiste un web che si basa su meccaniche sociali diverse dal reale: esiste però un web che amplifica le dinamiche sociali, accelerandole in maniera esponenziale. Per questo è necessario lavorare a un percorso che intanto faccia capire come si possa essere cittadini autenticamente digitali, non soltanto nell’utilizzo degli strumenti ma anche nel modo di pensare.LEGGI ANCHE: Facebook spiega ai ragazzi come navigare sul social in sicurezzaSpiega ancora Ivan Ferrero: “Educare al digitale, elemento sempre più necessario nella nostra Società, deve essere accompagnato da un’educazione all’affettività e ai sentimenti. Possiamo vederli come i tre vertici di un triangolo.Questo deve essere fatto all’interno delle scuole, ma non solo: il ruolo della famiglia, che spesso è la prima scuola per i ragazzi, è importantissimo nell’orientare i pensieri e i sentimenti di un bambino, che poi diventerà il ragazzo con in mano uno smartphone.Quindi è necessario che anche i genitori si formino non solamente sulle App e le piattaforme Web utilizzate dai loro figli, ma anche e soprattutto sulla relazione genitore-figlio, elemento necessario affinchè il ragazzo possa sentirsi a suo agio nel riferire di eventuali criticità che stanno accadendo nella sua vita digitale.Inoltre un ambiente famigliare in grado di ispirare fiducia e sicurezza nel ragazzo gli permette di placare, o almeno ridurre, quel senso di disagio che può portarlo a compiere certe azioni.








